Sandra Petrignani. Piacentina per caso Plasentina por azar

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1 147 Sandra Petrignani Piacentina per caso Plasentina por azar

2 148 Non appartengo a Piacenza da generazioni, non ho parenti in città e, ormai, nemmeno più amici. Piacenza è un estranea che neanche capita spesso sulla mia rotta. Ma è il luogo dove sono nata e dove ho trascorso l infanzia. Il mio oroscopo ne tiene conto, la mia mappa astrale compie uno scarto di venti minuti rispetto a chi è nato al Centro, a Roma, per esempio. E il mio cielo, cielo di nascita e di vaticini, è quello grave della Val Padana, le stelle mie stanno su quella ostile savana, quella spianata dove il calore d estate s aggroviglia e stringe in un nodo melmoso, quasi fossimo tutti affogati nel Po. L inverno è nulla e nebbia. E neve. Succede alle persone come succede ai vini: non è indifferente la terra, l aria, la luce che ha illuminato la vigna. Dunque Piacenza è la mia città anche se la partenza è stata un addio, piccola città sui vasti orizzonti della pianura. I suoi spazi e i suoi colori, il suono del suo dialetto sono gli imponderabili fluidi che scorrono in me, la qualità del mio vino, imbastardito poi dal gioco intrecciato di altre influenze, troppo lievi per prevalere. Brezze di superficie quelle, mentre a Piacenza ricordo venti impetuosi che ti entrano dentro, annuncianti violente primavere. Venti ladri, che rubavano i petali ai papaveri e i palloni dalle mani N o pertenezco a Plasencia por generaciones, no tengo familiares en la ciudad y, ahora, ni siquiera amigos. Plasencia es una extraña que a menudo se cruza en mi camino. Pero es el lugar donde nací y donde pasé mi infancia. Mi horóscopo lo tiene en cuenta y mi carta astral tiene como un desfase de veinte minutos con respecto a quien nació en el Centro, en Roma por ejemplo. Mi cielo, de nacimiento y de vaticinio, es el cielo grave del Valle Padano, y mis estrellas brillan sobre esa hostil sabana, esa llanura donde el calor del verano se enreda y se estrecha en un nudo fangoso, como si todos nos hubiésemos ahogado en el Po. El invierno es nada y niebla. Es nieve. Le pasa a la gente lo que le pasa al vino: no es indiferente a la tierra, al aire y a la luz que ilumina los viñedos. Pues Plasencia es mi ciudad, aunque mi partida haya sido un adiós: pequeña ciudad sobre el vasto horizonte de la llanura. Sus espacios, sus colores y el sonido del dialecto forman los inapreciables fluidos que corren dentro de mí, la cualidad de mi vino, adulterado después por el juego entrelazado de otras influencias, demasiado tenues como para permanecer. Brisas de superficie, aquellas, mientras que recuerdo unos vientos impetuosos en Plasencia, que te entran bien adentro, anun-

3 149 dei bambini. Venti affascinati, che improvvisi spogliavano le donne, e in un apparire roseo di cosce e ondeggiare di mani a tener giù le sottane, sollevavano risate carnali. Venti sciroccali, che intrecciavano i panni ai fili, strozzandoli di calore, e piegavano i nobili pioppi degli argini in umiliati inchini. Esistono due Piacenze, in realtà. Una pubblica, visibile al turista, «internazionale» nel senso che prende la parola per i menu di certi ristoranti in cui la cucina confonde tutti i sapori e non sa più di niente, e una privata, che è la Piacenza mia. Parlandone mi si confonderanno i piani: un po la Piacenza delle guide soccorrerà il ricordo, un po il ricordo animerà la fredda illustrazione del museo. Cominciamo da piazza Cavalli, centro della città, suo simbolo. Non è stramba e simpatica, e prudente, questa gente che intitola la sua piazza principale ai due destrieri anziché ai cavalieri che vi stanno piantati in sella? E mica cavalieri da niente! Sono due Farnese: Alessandro e Ranuccio. Lo scultore è il Mochi, Francesco Mochi, toscano del 1580 che lavorò anche a Roma, ma a Piacenza lasciò al destino marginale della provincia i suoi capolavori. Dunque le statue equestri presidiano la piazza, una a destra, una a sinistra, insieme cornice e avamposto ciando violentas primaveras. Vientos ladrones que robaban los pétalos a las amapolas y los globos a los niños. Vientos cautivadores que sin avisar, desnudaban a las mujeres y, en un aparecer de muslos rosados y manos para bajar las faldas, provocaban risas carnales. Vientos del sureste, que enredaban la ropa en los tendederos, ahogándola de calor, y obligaban a los nobles chopos de la orilla del río a inclinarse humildes. Existen dos Plasencias, en realidad. Una pública, visible al turista, internacional en ese sentido que cobra la palabra en el menú de algunos restaurantes donde la cocina mezcla todos los sabores y ya no sabe a nada, y una privada, que es mi Plasencia. Al hablar de ella se me confundirán los planos: por momentos la Plasencia de las guías llegará para socorrer el recuerdo, en otros será el recuerdo que avivará la fría ilustración del museo. Empecemos por piazza Cavalli, centro de la ciudad, símbolo de ella. No es acaso rara, simpática y prudente esta gente que le pone a su plaza principal el nombre de los corceles y no de los jinetes que en ellos están montados? Y no son cualquier jinete! Son dos de los Farneses: Alessandro e Ranuccio. Su escultor es Francesco Mochi, toscano de 1580, quien trabajó en Roma también, pero que en Plasencia dejó al

4 150 del Palazzo gotico. Ma non somigliano a soldati, hanno così poco di militare quei due. Sembrano piuttosto disertori o sentinelle inquiete, fantasmi in attesa di pace eterna, due fuggiaschi. Forse sono convitati di pietra tornati per la vendetta ultraterrena. Guardano lontano, nella stessa direzione: non la piazza che dovrebbero proteggere, non i palazzi verso cui orientano il volto. Cosa guardano? Il vuoto della morte, si direbbe, il nemico invisibile che avanza e che sarà inutile combattere. Forse guardano le proprie colpe. I cavalli sono terrorizzati, hanno narici dilatate, sguardi concavi, denti squadernati. Portano i loro leggeri cavalieri contro il vento che gonfia i mantelli, i capelli, le criniere. Alessandro, soprattutto, è leggero. Quando le statue furono commissionate era già morto, e il bronzo lo sa. Ranuccio, l ancora vivo, può compiere un gesto per fermare il nemico, ha il braccio alzato e impugna la verga del comando. Ma Alessandro è solo un uomo disperato avvolto nel tabarro, chinato in avanti, magro, tenue volume di onde sul corpo massiccio del cavallo. Non guida, è trasportato. Il volto sottile, i baffi vanamente floridi, le braccia piegate ad accompagnare il trotto della bestia, le mani giunte a stringere le briglie, però forse anche in preghiera. destino marginal de la provincia sus obras maestras. Así estas estatuas ecuestres vigilan la plaza, una a la derecha y otra a la izquierda, al mismo tiempo marco y avanzada del Palacio gótico. Pero no parecen soldados, tienen tan poco de militares estos dos jinetes. Más bien parecen disertores o centinelas inquietos, fantasmas en espera de la paz eterna, dos fugitivos. Quizás son convidados de piedra en espera del castigo ultramundano. Miran lejos, en una misma dirección, no la plaza que tendrían que proteger, ni los palacios hacia los cuales apuntan sus rostros. Qué miran entonces? El vacío de la muerte, tal vez, el enemigo invisible que avanza y al que será inútil hacer frente. Quizás miran sus propias culpas. Los caballos están aterrados, tienen las narices dilatadas, la mirada cóncava, el hocico abierto mostrando los dientes. Llevan sus ligeros jinetes contra el viento que hincha sus capas, sus cabellos, sus crines. Sobre todo Alessandro es ligero. Cuando las estatuas fueron encargadas, él ya estaba muerto, y el bronce lo sabe. Ranuccio, el que aún estaba vivo, tal vez está haciendo un gesto para detener el enemigo, tiene el brazo en alto y empuña el cetro del mando. Alessandro, en cambio, es sólo un hombre desesperado, envuelto en su capa, inclinado hacia delante, delgado,

5 151 Quando passavo per piazza Cavalli, non guardavo le statue, troppo alte sui basamenti, guardavo la gente che sostava in chiacchiera. Uomini soprattutto, se non esclusivamente. Uomini col cappello e addosso giacche sformate, una mano callosa che tratteneva la bicicletta, l altra in tasca. Sembravano tutti uguali. Le loro ombre sul selciato si confondevano con quelle dei lampioni e con quelle grandi dei cavalieri, che ciechi e sordi al rumore della vita, ascoltavano solo il misterioso richiamo, solo a loro percepibile. Le ombre, al tramonto, si allungavano e sbiadivano, simili a enormi macchie d acqua evanescenti che rendevano appena più scuro il riflesso dorato dell ultimo sole sui lastroni. Ora, non ingannino le giornate buone, quelle con il cielo sereno con le nuvole in corsa mutevole e visibilità fino alle azzurre colline che fermano lo sguardo in un orizzonte straordinariamente lontano. Non ingannino certi lussuosi ori dei tramonti, quelli che scaltre cartoline fissano sull acqua docile del Po, sotto i ponti di ferro. In queste giornate Piacenza può apparire calda e ospitale, crepitante di pietre e tegole rosso mattone, il rosso dello stemma comunale. No, Piacenza non è dolce, non è una città «aperta». Piacenza è dura, intensamente nordica, tenue volumen de olas sobre el cuerpo macizo del caballo. No guía, más bien es transportado. El rostro sutil, los bigotes apenas crecidos, los brazos doblados para acompañar el trote de la bestia y las manos juntas para tener las riendas, pero tal vez está rezando también. Cuando pasaba por piazza Cavalli, no miraba a las estatuas, demasiado altas sobre sus pedestales, sino más bien a la gente que se detenía a conversar. Fundamentalmente eran hombres, para no decir únicamente. Hombres con sobrero y sacos deformados, una mano callosa sosteniendo la bicicleta y la otra en el bolsillo. Parecían todos iguales. Sus sombras en los adoquines se confundían con las de los faroles y las de los inmensos jinetes, quienes ciegos y sordos a la algarabía de la vida, escuchaban sólo la misteriosa llamada, perceptible sólo para ellos. Esas sombras, en el crepúsculo, se alargaban y palidecían como enormes manchas de agua descavneciéndose y que apenas oscurecían un poco más el reflejo dorado del último sol sobre las losas. No tienen que engañar los días buenos, esos con el cielo sereno, con nubes de curso variable y una vista hasta las azules colinas que hacen detener la mirada en un horizonte extraordinariamente lejano. Tampoco engañen ciertos lujosos oros del

6 152 operosa. Taciturna, introversa, cucita dentro una densa placenta di nebbia. Cucita dentro se stessa. Ci sono mattine buie in cui apri la finestra in cerca della luce e ti trovi contro la faccia il grigio ferroso di una parete di nebbia. Il suo respiro umido ti afferra subito i capelli, ti gela il viso. Piacenza ama nascondersi nella nebbia, sparisce inghiottita dalla nebbia a ogni passo, non vedi nemmeno chi ti cammina accanto. Qualche volta, invece, la vedi la città; ma in uno sbiadimento. Come in certe fotografie che non arrivano mai a dare contorni alle immagini. Appena appena, insomma: evanescenza di fantasma, affondamento equoreo. Ti chiedi se esiste o se non si stia cancellando e con lei non si stia cancellando il mondo, lasciandoti solo su un pianeta scomparso. E fra poco, pensi, scomparirai anche tu. Così è la nebbia, ti fa dubitare di te. E ti dà, a ogni incontro, la gioia di un sopravvissuto che ne incontra un altro, dopo lunghe segnalazioni nel buio rimaste senza risposta. Le persone che compaiono nella nebbia hanno una particolare qualità spirituale, non sono di carne come tutte le altre. Affiorano leggermente con una parte del corpo: un piede, una mano, un ginocchio, un naso, il colore più acceso di un cappotto, il dondolare di un faro di bicrepúsculo, esos que hábiles postales reflejan en las aguas dóciles del Po, bajo los puentes de hierro. En esos días, Plasencia puede parecer cálida y acogedora, crepitante de piedras y tejas de ladrillo rojo, el mismo rojo del escudo de la ciudad. Pero, Plasencia no es dulce, no es una ciudad abierta. Plasencia es dura, intensamente nórdica, activa. Taciturna, introvertida, cosida dentro de una densa placenta de niebla. Cosida dentro de sí misma. Hay mañanas oscuras en que uno abre la ventana buscando la luz y se enfrenta con el gris ferroso de una pared de niebla. Su respiro húmedo te agarra enseguida los cabellos y te congela el rostro. Plasencia ama esconderse en la niebla, desaparece tragada por la niebla a cada paso, ni siquiera ves quién camina a tu lado. A veces, en cambio, consigues ver la ciudad, pero un tanto desteñida. Igual que en ciertas fotografías donde no se consigue percibir los contornos de las imágenes. A duras penas, en resumen: evanescencia de fantasmas, inmersión en el fondo del mar. Te preguntas si existe o si no se está borrando y si con ella no se está borrando el mundo, dejándote solo en un planeta desaparecido. Y dentro de poco, piensas, desaparecerás tu también. Así es la niebla, te hace dudar de ti mismo. Y te brinda, a cada encuentro,

7 153 cicletta, perché anche gli oggetti nella nebbia diventano parti del corpo: loro sì, diventano umani. Per ultima affiora l interità del viso, dilatato, senza contorni come nella vista di un miope. E improvvisamente ti stanno di fronte questi corpi, questi visi, vicinissimi. E si prova un senso di fratellanza, di gratitudine. E le voci. Nella nebbia le voci sono come dei silenzi più densi. Le parole si fanno compatte, galleggiano sulle gocce di umidità. Dici semplicemente ciao e capisci di aver detto qualcosa di profondo, qualcosa che andrà dritto al cuore dell altro, come se la parola nella nebbia diventasse legame, coincidenza, uscita da se stessi, rivelazione. Il vero colore di Piacenza non è il rosso araldico, dunque, ma il grigio in tutta la gamma compresa fra il bianco e il nero. Nero della notte, grigio della nebbia, bianco di neve. Nella neve di Piacenza si affonda, o almeno si affondava, quando io ero piccola, quando il clima era ancora una cosa seria. Si affondava anche fino al ginocchio. C era una grande fontana rotonda nel giardino di casa, sempre vuota d acqua. L acqua non ce la mettevano più perché una volta un bambino c era affogato dentro. Si riempiva soltanto, d inverno, di neve soffice, più soffice e più bianca di tutta l altra neve della città. E la alegría de un sobreviviente que encuentra a otro, después de largas señales en la oscuridad que se quedaron sin respuesta. Las personas que aparecen en la niebla poseen una especial cualidad de espíritu, no son de carne y hueso como las demás. Afloran ligeramente con una parte del cuerpo: un pie, una mano, una rodilla, la nariz, o el color más vistoso de un abrigo y el balancearse de un foco de bicicleta, pues los objetos también en la niebla se vuelven partes del cuerpo: ellos sí se vuelver humanos. Después aflora el rostro completo, dilatado, sin contornos, como si fuese visto por un miope. De pronto, se te paran enfrente estos cuerpos y estas caras, bien cerca. Y se experimenta una sensación de hermandad, de gratitud. Y las voces. En la niebla las voces son como unos silencios más densos. Las palabras se vuelven compactas, flotan sobre gotas de humedad. Decir un simple hola es como decir algo profundo, algo que va directo al corazón del otro, como si las palabras en la niebla se volviesen lazos, coincidencias, extensiones de uno mismo, revelaciones. El verdadero color de Plasencia no es, pues, el rojo heráldico, sino más bien el gris en toda su gama entre el negro y el blanco. Negro de la noche, gris de la niebla, blanco de la nieve. En la nieve de

8 154 la città, sotto la neve, diventava diversa, come succede sempre, come succede ovunque. Ma per una bambina, che non conosce il mondo, è una magia speciale. Lo stesso con la galaverna, che trasformava ogni foglia dei platani in un disegno bianco scintillante, facendo trionfare sulla realtà le illustrazioni dei libri di fiabe, la verità degli angeli. Perché agli angeli si addicono bianchezza e gelo, è una questione di consonanza, ma anche di luminosità. Dipende dal bagliore. In un pioppeto scheletrico, morso dalla neve, sta un invito a perdersi, a seguire crudeli creature alate, fatata compagnia in marcia verso il nulla, tirannica, pervasiva. E poi c è il fiume. Piacenza il fiume lo tiene a distanza, laterale. Eppure è, come la via Emilia Pavese, una spina dorsale. Fiume largo con un nome breve, rinomato per lucci e suicidi. L acqua scorre con calma apparente. Gli alberi scendono a bagnarvisi i piedi e restano impantanati nella melma, col tempo sprofondano. Così sono i fiumi, ipnotici. Tutti i fuoridi-testa, i balordi, le puttane, i bracconieri frequentano il fiume. Vanno cantando vecchie canzoni sugli argini, si ubriacano negli chalet delle boschine, si danno appuntamenti vaghi: «A s vadùm instasira a ott e tant...». L estate può trarre in inganno con la leggiadra vitalità dei borghesucci Plasencia uno se hunde, o por lo menos se hundía, cuando yo era niña, cuando el clima era todavía algo serio. Uno podía hundirse hasta las rodillas. Había una gran fuente redonda en el jardín de la casa, siempre sin agua. No la llenaban nunca porque una vez un niño se ahogó dentro de ella. Se llenaba sólo en invierno de nieve blanda, la más blanda y blanca nieve de toda la ciudad. Y la ciudad, bajo la nieve, se volvía distinta, como siempre pasa en cualquier parte. Pero esto, para una niña que no conoce el mundo, tiene una magia especial. Al igual que con la escarcha, que convertía cada hoja de los árboles en un resplandeciente dibujo blanco, haciendo triunfar la realidad sobre las ilustraciones de los libros de cuentos, la verdad de los ángeles. Pues a los ángeles se le atribuye blancura y frialdad, es una cuestión de concordancia, pero también de luminosidad. Todo depende del fulgor. En una alameda esquelética, mordida por la nieve, hay una invitación a perderse, a seguir a las crueles criaturas aladas, hechizada compañía que vuela rumbo a la nada, tiránica, que se apodera de uno. Y después está el río. Plasencia tiene el río a distancia, por un costado. Pero aún así, es como calle Emilia Pavese, una columna vertebral. Un río extenso con un nombre corto, famoso por sus lucios y sus sui-

9 155 in gita, l umanità attillata dei bagni e delle società sportive. La «Nino Bixio», la «Vittorino»: ci sono ancora? Tennis, piscina, canottaggio. Se non ci sono più quelle, ce ne saranno altre. È sempre la stessa solfa in certi posti: buona società e discriminazioni di classe, pettegolezzi e flirt, facilità della vita e tragedie dei sentimenti. Come quando si andava a Cervia o a Milano Marittima con la Topolino. Milano Marittima, che nome! Mi ha sempre dato fastidio. Che c entra Milano con noi emiliani, con noi di Romagna? Che se ne stesse imbronciata in Lombardia Milano, mica è colpa nostra se non ha il mare. Per me il nome giusto era Piacenza Marittima, l Adriatico era la spiaggia di Piacenza. Non conoscevo altra geografia. Dalla mia casa, sulla via Emilia, si stendeva una strada e dalla strada cominciava la pineta e la terra era morbida di sabbia e piena di aghi di pino e c era profumo di resina e ai piedi nudi faceva piacere il fresco della sabbia all ombra degli alberi, e alla fine del vialetto si arrivava al mare. Improvvisamente la luce si faceva chiara, la spiaggia era grande con tante tende a righe bianche e azzurre e avevo una balena dal dorso nero e dalla pancia bianca. La plastica di cui era fatta si scaldava al sole e diventava più morbida e sprigionava un profumo particolare, cidas. El agua fluye con aparente calma. Los árboles bajan a mojarse los pies y se quedan empantanados en el lodo y con el tiempo se hunden. Así son los ríos, hipnóticos. Todos los desequilibrados, los tontos, las putas y los cazadores furtivos frecuentan el río. Van por la orilla cantando viejas canciones, se embriagan en los refugios de los bosquecitos, se dan citas vagas: «A s vadum instasira a ott e tant...» 1. El verano puede engañar con la encantadora vitalidad de los pequeños burgueses de paseo, la humanidad ajustada de los baños y de los clubes deportivos. Existirán todavía el «Nino Bixio» y el «Vittorino»? Tenis, piscina, canotaje. Si ya no están esas, habrá otras; siempre es la misma cantaleta en algunos lugares: alta sociedad y discriminación de clase, chismes y ligue, comodidad de vida y tragedia de sentimientos. Como cuando se iva a Cervia o a Milano Marittima en un auto FIAT Topolino Qué nombrecito ese de Milano Marittima! Siempre me ha molestado. Qué tiene que ver Milán con nosotros los emilianos, los de la Romaña? Que se quede malhumorada en la Lombardía Milán. No tenemos la culpa nosotros si ella no tiene mar. Para mí el nombre correcto sería Plasencia Marittima; el Adriático es la playa de Plasencia. No conocía otra geografía. Desde mi casa 1 Nos vemos esta noche a las ocho y pico (n.d.t.).

10 156 quasi di talco. Dentro il mare non volevo entrare, nemmeno con la balena. Anche se l acqua era bassa camminavi e camminavi e restava bassa avevo paura. Per gli adulti sarà stata bassa, per me era alta comunque. Me ne stavo a giocare con la sabbia, sottile sottile, calda. Sarei rimasta per sempre a Cervia (nome più amato per la parentela animale), a sentire le chiacchiere insensate dei grandi, a farmi fotografare dal fotografo della spiaggia che arrivava coi cappellini e coi giocattoli, a far scorrere fra le dita granelli di sabbia, che mi davano la sensazione di una carezza, quella del gioco che faceva qualche volta la mamma: «C era una piazza pazza» e intanto coll indice mi disegnava cerchi di solletico sul palmo... Ma a un certo punto l estate finiva. Si tornava a Piacenza, quella vera, quella senza mare, come Milano-non-marittima. Può darsi che Piacenza sia una città ricca, come dicono. A passeggiare adesso per le strade del centro colpisce la linda distinzione dei negozi, il teso buongusto delle vetrine, un eccesso di ricercatezza nei vestiti delle signore, un accordo perfetto di colori perfino nell abbigliamento delle ragazze. Pure il mercatino in piazza sembra avere studiato l accordo cromatico degli ombrelloni, il disciplinato allinearsi delle sobre la vía Emilia, se extendía un camino y desde el camino empezaba el pinar y la tierra era de arena suave y llena de agujas de pino, y se olía un perfume de resina, y a los pies les daba gusto sentir la suavidad de la arena a la sombra de los árboles y al final del sendero se llegaba al mar. De golpe la luz se volvía clara, la playa era grande, llena de cabañitas con rayas blancas y azules, y yo tenía una ballena con el lomo negro y la panza blanca. El plástico de que estaba hecha se calentaba al sol y se volvía más blando, liberando un aroma muy particular, parecido al del talco. No quería entrar al agua ni siquiera con la ballena. Incluso si el agua era baja caminabas y caminabas y seguía baja tenía miedo. Para los adultos estaba baja, pero para mí seguía siendo alta. Me quedaba entonces jugando con la arena, fina, bien fina, caliente. Me hubiese quedado para siempre en Cervia (el nombre más amado por su vínculo con el mundo animal) escuchando las charlas sin sentido de los mayores, dejándome atrapar por la cámara del fotógrafo de la playa, quien llegaba con los sombreritos y los juguetes, dejando fluir los granos de arena entre los dedos, lo que me daba una sensación de una caricia, la del juego que me hacía mamá: «Había una plaza loca...», mientras con el dedo índice me

11 157 merci. Tutto è perfettamente in posa. Ma sì, Piacenza oggi è ricca e provinciale e quindi non sa nascondere le pretese di essere un altra. Però dentro, lo so, batte il suo vero cuore, quello antico, ruvido e campagnolo. La Piacenza degli anni Cinquanta era se stessa dentro e fuori. I negozi erano botteghe. Passava casa per casa l uomo del ghiaccio per alimentare con i suoi grossi blocchi opalescenti il freddo nelle ghiacciaie. E passava l uomo della segatura. L arrotino gridava: «Moletta, moletta, gh è gnint da mola?» e il pescatore della Trebbia alzava il suo richiamo allungato: «Pesciuuuvivoo, pesciuuvivoo». Alla fiera di san Giuseppe si acquistavano girandole e trombette, palloni legati al filo. Verso sera si levavano dalle fabbriche i sinistri ululati delle sirene, occupavano da soli i cieli della città silenziosa, attraversata solo di tanto in tanto dai motori di macchine lente e di lambrette bianche. Un altra giornata era passata, un altra giornata guadagnata con la fatica delle braccia. Gli operai, smontati tutti insieme dal lavoro, sciamavano come un esercito in ritirata, a cavallo di salde biciclette. I loro fari punteggiavano la nebbia, luci nell ovatta. Le borse sformate dondolavano appese alla canna. Qualcuno fischiettava una canzone, quasi a farsi coraggio. Non c era niente di più malinconico di quelle dibujaba un círculo en la palma de la mano. Pero a un cierto punto el verano terminaba. Había que volver a Plasencia, la verdadera, la que no tiene mar, como la Milán-no-marítima. Puede ser que Plasencia sea una ciudad rica, como dicen algunos. Al pasear ahora por las calles del centro te impactan la aseada distinción de las tiendas, el fino buen gusto de las vitrinas, un exceso de cuidado en los vestidos de las señoras, una sintonía perfecta de colores incluso en la ropa de las muchachas. Hasta el mercadito de la plaza parece haber estudiado el equilibrio cromático de las sombrillas, la disciplinada alineación de los artículos. Todo está perfectamente en pose. Tal vez sí, Plasencia hoy es rica y provinciana y por eso no esconde su pretención de ser otra. Pero adentro, yo lo sé, late su verdadero corazón, el antiguo, áspero y rústico. La Plasencia de los años cincuenta era sí misma por dentro y por fuera. Los mercados no eran más que tiendas. El hombre del hielo pasaba casa por casa, alimentando con sus gruesos bloques transparentes el frío de las neveras. También pasaba el hombre del aserrín. Y el afilador que gritaba: «Moletta, moletta! Gh è gnint da mola?» 2 y el pescador de la Trebbia que gritaba su largo pregón: «Pesciuuuvivoo, 2 El afilador, el afilador, tiene algo para afilar (n.d.t.).

12 158 canzoni fischiate nella nebbia. Nemmeno la tromba, che scandiva i tempi della caserma, era così triste. Ecco dunque la mia gente, dalle mani grandi e callose, visi dalle rughe profonde, cotte dal sudore, grandi nasi, ispide barbe, vestiti ruvidi e smessi. La Nele dalla treccia bionda, rosea, grassoccia, con i rudi elastici delle giarrettiere che le stringevano, sotto la gonna, la carne rigonfia, appena sopra al ginocchio. Ebbe il tifo e le caddero i bei capelli. Ieppe, nei giorni di festa, appendeva conigli bianchi e apriva sui teneri ventri lunghi tagli rossi e dolcemente sfilava le pellicce dai corpi serpeggianti come dalle spalle di donne flessuose. Poi cucinava, con le sue mani nodose di gigante buono, quei cadaveri abbaglianti nella nudità rosea della pelle scuoiata, e il profumo di rosmarino, che si levava dalla pentola, riconciliava il cuore ferito con le necessità del vivere e del morire. Gli dèi di Piacenza non sono signori. Abbiamo visto i Farnese di piazza Cavalli come inadeguatamente tentano di fronteggiare le ombre, di difendere la città. I numi protettori se ne stanno altrove, acquattati e nascosti, umili e laboriosi al pari di Ieppe. Piacenza ha l anima rustica, non è incline alle favole, non corteggia miti. I suoi sono lari poveri, quanto i fiorellini pesciuuvivoo!» 3. En la feria de San Giuseppe se compraban rehiletes, trompetas y globos amarrados a un hilo. Al caer la noche, salían de las fábricas los terribles aullidos de las sirenas, que ocupaban el cielo de la silenciosa ciudad, únicamente atravesada, de vez en cuando, por lentos automóviles y motocicletas blancas. Otro día había pasado, otro día ganado con el esfuerzo de las manos. Los obreros salían todos juntos del trabajo, alejándose como un ejército en retirada, en sus firmes bicicletas. Sus faron punteaban la niebla, luces entre el algodón. Las mochilas deformadas columpiaban colgadas del cuadro. Algunos tarareaban una canción, como para darse valor. No existe nada más melancólico que esas canciones tarareadas bajo la niebla. Ni siquiera las trompetas, que ritmaban los tiempos de los cuarteles eran algo tan triste. Así es mi gente, de manos grandes y callosas, de rostros con profundas arrugas, cocidas por el sudor, de narices grandes, de barbas erizadas, de vestimentas toscas y descuidadas. La Nele de la trenza rubia, rosada, regordeta y con toscos tirantes en las medias que le ajustaban, bajo la falda y un poco más arriba de la rodilla, su carne rellena. Le dió el tifus y se le cayeron sus hermosos cabellos. Ieppe, en los días festivos, colgaba conejos blancos 3 Pescado fresco, pescado fresco (n.d.t.).

13 159 di campo che ornano gli archi dei portali del duomo. Bisogna tenere presenti le formelle sui pilastri della cattedrale. Ciabattini, merciai, carrai, tintori, fornai, muratori, cuoiai, carpentieri. Qualcuno si presenta pure per nome: Ugo Tintore, Giovanni Cacainsolario appartenente al paratico dei carradori. Paratico, cioè corporazione. Chi sono questi personaggi? Perché si sono intrufolati fra le madonne e i santi della chiesa? Umili, ma orgogliose del ruolo cittadino sfilano le arti medievali: le corporazioni piacentine hanno voluto ricordare, con l offerta delle formelle, la loro partecipazione alla costruzione del tempio. Dal XII secolo le loro facce larghe, le dita operose di mani sproporzionate rispetto al corpo perché solo le mani sono importanti, le posture inclinate del dorso che suggeriscono concentrazione sul gesto del lavoro, rappresentano l intima religione delle cose dei piacentini, il senso di una comunione col divino raggiunta attraverso l atto costruttivo, l assunzione della responsabilità intera dell essere nati, dell abitare la terra e contribuire, ognuno con la sua arte e il suo mestiere, all edificazione comune. Chi siano i quattro telamoni che sorreggono i protiri della facciata, non so. Ma anche loro non hanno un aria distinta. Soffrono e sudano sotto il peso delle coy abría largos cortes rojos en sus tiernas barrigas y suavemente separaba el pellejo de sus cuerpos, que se retorcían como los hombros de mujeres flexibles. Luego cocinaba, con sus manos gruesas de gigante bueno, los cadáveres resplandecientes en la rosada desnudez de los cuerpos despellejados y el aroma del romero, que brotaba de la cacerola, reconciliaba el corazón herido con la infalibilidad de la vida y de la muerte. Los dioses de Plasencia non son señores. Ya habíamos visto a los Farneses de la plaza Cavalli como intentaban sin éxito hacerle frente a las sombras y defender la ciudad. Las divinidades protectoras están en otro sitio, agazapadas y escondidas, y son humildes y trabajadoras como Ieppe. Plasencia tiene el alma rústica, no cree en fábulas ni corteja mitos, sus ancestros protectores son pobres, como las flores campestres que adornan los arcos del pórtico de la catedral. No hay que olvidarse de las baldosas sobre los pilares de la catedral. Zapateros remendones, merceros, carreteros, tintoreros, panaderos, albañiles, talabarteros, carpinteros. Algunos se presentan hasta en el nombre: Ugo Tintore, Giovanni Cacainsolario, perteneciente al gremio de los carreteros. Un gremio es como una corporación. Quiénes son estos

14 160 lonne, sono muscolosi figli del popolo con grandi barbe sagge e schiene curve per lo sforzo. I loro volti, come quelli che vigilano dalle formelle, hanno attraversato intatti otto secoli. E a cercar bene li si ritrova negli ispidi tagliaboschi del Po, nelle massaie conversevoli sotto i portici, nei mercanti e mercantesse gentili di piazza Duomo. Quelle facce lì ce le hanno anche i santi a Piacenza. Un salto al Museo civico: i magi adoranti, chi sono se non tre rozzi contadini padani, mani e volti quadrati, polsi massicci, nasi corti, ampie bocche. S inginocchiano davanti a una Madonna bambina, rotonda e sempliciotta. In un altro bassorilievo Gesù Maestro è modellato sull altra variante del tipo emiliano: volto allungato e naso nobile, leggermente aquilino, labbra carnose, sensuali. E sensualissimo è il palmo della mano di questo Cristo carnale dove il «monte» sotto il pollice, che la chiromanzia vuole sede della potenzialità erotica della persona, è pronunciato in modo quasi sgraziato, così da essere il giusto contrappeso terreno delle lunghissime dita spirituali. Le più autorevoli dottrine antiche, nonché la saggezza popolare, non insegnano la stessa cosa? La verità non è del cielo o della terra separatamente, ma della terra e del cielo insieme. personajes? Porque se infiltraron entre las vírgenes y los santos de la iglesia? Sencillos, pero orgullosos de su papel de ciudadanos desfilan los oficios medievales: las corporaciones piacentinas quisieron hacer recordar, con esa ofrenda de las baldosas, su participación en la construcción del templo. Desde el siglo XII, esas caras largas, los laboriosos dedos de unas manos desproporcionadas con respecto al cuerpo porque al final son las manos las que importan las posturas de los dorsos inclinados que sugieren concentración en la actividad laboral, representan la íntima religión de las cosas de los piacentinos, en el sentido de comunión con lo divino, alcanzada a través del acto de construir, la aceptación total de la responsabilidad de haber nacido, de habitar la tierra y de contribuir, cada uno con su arte y su oficio, a la edificación común. No sé a quiénes representan los cuatro telamones que sostienen el pórtico de la fachada. De todos modos, ellos tampoco tienen un aire distinguido. Sufren y sudan con el peso de las columnas, son muscolosos hijos del pueblo con grandes barbas de sabio y espaldas dobladas por el esfuerzo. Sus rostros, como aquellos que vigilan desde las baldosas, han sobrevivido intactos por ocho siglos. Si uno busca bien por ahí, se los va a encontrar de

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